C'era una volta...... la gente di campagna (Il lavoro e il sistema di vita attorno a Castello) di Marisa Marocchi

Il Podere,l'Allevamento degli Animali e le Colture

Non mi dilungo sulla parte storica e più generale e ora,se volete seguirmi in questo viaggio nella nostra compagna,vorrei andare indietro nel tempo,al periodo antecedente o a a cavallo della seconda guerra mondiale.Immagino di avvicinarmi alla casa tipica di qualche contadino castellano di una volta,osservare l'ambiente in cui viveva,seguirlo nel lavoro e nei momenti di riposo,per confrontare cos'è cambiato rispetto alla vita di un contadino d'oggi.
  Le principali attività che doveva svolgere riguardavano la coltivazione della terra per produrre l'alimentazione per l'uomo e per gli animali,allevare e accudire il bestiame da lavoro e da macello,coltivare le vite e gli alberi da frutto e altre(come la canapa)e,dove c'erano,curare i boschi e i castagneti;infine doveva gestire l'economia famigliare e vendere i prodotti eccedenti il suo fabbrisogno.Io,a dirlo così in quattro righe,me la sono cavata con poco,ma se vorrete seguirmi nelle varie fasi sulle quali mi addentro per illustrare il ciclo del seme al raccolto e dalla nascita degli animali al loro allevamento,troverete invece quanta attività andasse impiegata da parte dei contadini,e quanta attenzione e vigilanza dovessero dedicarvi. 
   Sapendo che ogni contadino si doveva occupare di tutti questi compiti,mi avvicino al podere,comincio a guardarmi attorno e prendo nota,spostando il tempo delle azioni all'imperfetto,o al passato remoto perchè racconto di una volta;
cerco di sentire le voci e la parlata dialettale,con la quale erano denominati animali,cose e azioni.

L'AIA E I FABBRICATI ATTORNO  (L èra e i fabrichèt datàuren)

Dalla strada,per arrivare alla casa colonica,si prendeva la capezzagna(la cavdàgna),avendo i campi da ambo i lati.A seguire il confine con la strada e le propietà vicine c'erano le siepi (al zèd) di biancospino di pruno o di rovo,sotto le quali spesso si sentivano fruscii e cinguettii dovuti alla presenza di lepri,merli,pernici e fagiani.
I campi erano rettangoli squadrati,come li avevano tracciati gli antichi romani,leggermente più elevati al centro per facilitare lo scolo dell'acqua piovana,che veniva convogliata nelle scoline ai lati.Le scoline avevano la pendenza verso il fosso e questo prendeva poi la strada verso il rio,per far continuare all'acqua il suo percorso verso il torrente,più o meno vicino.
La capezzagna arrivava all'aia(l'èra) lo spiazza attorno al quale si sviluppavano i diversi fabbricati colonici.Era un area di terreno battuto dall'uso sulla quale,fin dai tempi antichi si batteva il grano,si spannocchiava il granoturco,si stendevano i legumi per far seccare il baccello e poi batterli per sgranarli.Nelle parti più vicine ai muri dei diversi fabbricati c'era un acciottolato di grossi sassi,per meglio drenare il terreno e non impantanarsi.Sull'aia stava libero il pollame,mentre il cane era più spesso tenuto alla catena,il gatto era in giro,perchè doveva guadagnarsi anche lui la pagnotta,o meglio si doveva arrangiare a prendere i topi,sevizio per il quale era entrato a far parte della famiglia.

Le costruzioni che si affacciavano sull'aia erano:la casa colonica con una parte adibita ad abitazione con la relativa cantina,e l'altra parte adibita a stalla; poi staccate c'erano le costruzioni acccessorie:il pozzo,il forno,il porcile,il pollaio,il fienile.
Partendo dai fabbricati e dal loro utilizzo,comincio a guardare con occhio più attento,le specificità di questa parte così importante degli ambienti,dove si sviluppava la economia agricola.

La casa colonica (La cà dal contadèn)

La progettazione della casa era fatta in rapporto alla vastità del podere,al numero di persone occorrenti per lavorarlo e per ospitare il bestiame necessario.Nulla era fatto a caso,la lunga esperienza aveva codificato la risoluzione delle necessità.Nei poderi,la casa e le costruzioni acessorie erano messe a disposizione dal padrone,il quale non era certo di manica larga nell'investire i suoi soldi,per cui certe comodità non erano per i contadini,quindi quelle esistenti sui poderi castellani nel periodo anteguerra,erano già costruzioni vecchiotte e avevano ricevuto poca manutenzione.
Alcune avevano ancora i muri misti di sassi e mattoni,i solai e il coperto avevano la struttura in legno.
Una volta quando le risorse erano poche,gli inverni più lunghi e freddi,sifaceva molta attenzione all'orientamento da dare alle case e allo spirare dei venti,per risparmiare sul consumo della legna e avere gli ambienti più salubri.Per sfruttare al meglio il calore del sole,l'accesso ai locali di soggiorno era rivolto a sud e a est.Le costruzioni avevano al massimo un piano sopra il piano terra e non erano provviste di sevizi igienici.La vita era spartana e i bisogni corporali si risolvevano all'esterno,semmai dietro il porcile,tanto odore più,odore meno,non si avvertiva certo una grande differenza.Le foglie d'erba se del caso,costituivano la carta igienica.Con le pioggie e la neve,ci sarebbero state le condizioni naturali per attenuare i miasmi e i residui,che sarebbero andati dispersi nei fossi più sotto.

L'ambiente più vasto della casa era la cucina (la cusèna),sempre provvista di un ampio focolare(al camèn).
Questa struttura fu per molti secoli l'unica fonte di riscaldamento per tutta la casa,ma la sua importanza,funzionale alla cottura dei cibi e a dar calore all'ambiente,l'aveva fatta identificare con lo stesso nucleo famigliare,era il simbolo della casa,tanto che gli antichi testi anzichè dire che in una certa località vivevano tante famiglie,dicevano che c'erano tanti focolari.La tradizione veniva da lontano,se pensiamo che i sostegni che si usavano per sorreggere la legna sul focolare erano gli alari (i cavadòn),che guarda caso,prendevano il loro nome dagli antichi Lari,che i romani identificavano propio come i geni protettori del focolare domestico,cioè dalla casa.
      Sotto la cappa trovavano posto gli atrezzi,ad uso del focolare,le molle (al mujatt) per spostare i tizzoni,la paletta (la palàtta) per accumulare la cenere e prendere le brace,lo scopino (al granadèl),per pulire dalla cenere il piano del focolare,fatto di saggina o di penne di tacchino e l'immancabile ventaglio fatto sempre con le penne(la svàntla),per incentivare la combustione.
La cappa del camino era ovviamente nera di fuliggine,ma spesso lo erano anche le pareti del vano cucina.A quei tempi i lavori da svolgere nei campi e la cura degli animali erano tanti,per cui la manutenzione della casa,per il contadino non era mai prioritaria.La ritinteggiatura dei vani avveniva a distanza di molti anni dalla volta precedente,come pure la riverniciatura degli scuri e telai delle finestre,che spesso erano stinti e scrostati.
 In un angolo c'era il secchiaio (al s'cèr,struttura su cui teneva il secchio dell'acqua (la mastèla),perchè una volta l'acqua,bisognava tirarla su dal pozzo un secchio per volta.C'era un mestolo a portata di mano per utilizarla,mentre sul focolare c'era sempre la calderina piena,attaccata alla catena del camino,specialmente prima che ci fosse la cucina economica (la atù). Tornando al perchè la cucina fosse sempre ampia,non dimentichiamo che normalmente le famiglie contadine erano numerose,per cui doveva esserci uno spazio atto ad accogliere tutti i suoi membri.
L'arredamento era quello tipico delle nostre zone,a ciò che si usava in paese.Primeggiava la madia(la spaltùra)nel cui cassone si metteva a lievitare la pasta del pane;c'era poi la gramola(la grama)addossato a una parete che serviva per lavorare la pasta.Quando la mobilia non era sufficiente a contenere i tegami,gli attrezzi e i contenitori per gli alimenti,si sopperiva con delle semplici mensole attaccate al muro,o con chiodi o ferle.Le pareti erano quindi molto addobbate di cose appese.Attaccato con un uncino a una ferla,c'era il pezzo cominciato del prosciutto,protetto dalle mosche da un pezzo di tela o da uno strofinaccio.Solitamente,vicino alla finestra era appeso a un chiodo un piccolo specchio,a volte solo una parte di esso,davanti al quale gli uomini si ponevano per disfarsi la barba.Attorno alla tavola,posta in mezzo al vano,c'erano le sedie che erano o tutte di legno,sedile compreso,oppure confortevolmente impagliate.
    Passando alle camere (al stànzi),di norma ce n'era una per i genitori,che tenevano con loro i bimbi più piccoli,una per l'eventuale fratello o figlio sposato e una per gli altri figli.Non sempre il numero delle camere era sufficiente per separare i maschi dalle femmine,per cui anche in campagna,c'era la stessa promiscuità in cui viveva in paese la gente più modesta.Anche nelle camere la mobilia era essenziale,in quella matrimoniale c'era il comò sul quale trovava posto il piccolo mobiletto della toletta(la tulàtta) che aveva lo specchio mobile e il cassettino nel quale stavano i pettini,le forcine,la pettinina e qualche ferma capelli.Sempre in quella matrimoniale c'era l'armadio,che era sufficiente per appendere gli abiti di tutti,perchè da accogliere ce n'erano sempre pochi.Giacche e gabbane di uso quotidiano erano normalmente attaccate a un attaccapanni o a un chiodo nel vano di accesso o in un corridoio.Semmai c'era una cassapanca per contenere la tela e le coperte da letto.
   Sui letti come materasso,era abbastanza comune trovare il pagliericcio(al pajon) riempito con le foglie delle pannocchie di granoturco,o l'alma imbottita di penne di gallina,due materie prime,queste ultime,che alla bisogna in camagna erano facili da sostituire.Il materasso di lana era già segno di un certo benessere di cui godeva la famiglia.La sovra coperte erano a volte fatte co l'uncinetto da una delle donne di casa,forse da una nonna.Come in paese,in inverno i letti si scaldavano usando il prete e la suora.   Nelle case più vecchie,le camere al piano superiore erano spesso accessibili da una stretta scala in muratura,a volte senza parapetto,mentre l'accesso al solaio,se c'era, era con la scala a pioli. Il solaio o come dice meglio la parola dialettale al granèr,essendo un locale,era adibito alla conservazione ,delle granaglie e delle relative sementi.
  Nelle campagne la corrente elettrica,nella parte di pianura più vicina al paese,fu istallata dalla S.B.E.entro una decina d'anni dalla fine della seconda guerra mondiale,continuando negli anni successivi in altre zone;fu completata definitivamente nell'ultima zona S.Martino-Molino Nuovo verso Vedriano,solo nel 1982.Procedette molto lentamente perchè,chi chiedeva l'allacciamento doveva pagare prima alla S.B.E. poi alla subentrante ENEL un importo pari al 70% della spesa(costruzione e armamento delle cabine,pali per sorreggere le linee,cavi e mano d'opera)costo che corrispondeva,a secondadelle distanze,a diversi milioni di lire(anche 6 0 7 milioni),a quell'epoca considerato importo troppo elevato,in rapporto al reddito,che davano i poderi di collina.L'ultima parte fu possibile realizzarla,perchè il Comune si interessò per avere una sovvenzione regionale che coprì la parte a carico degli utenti.Finchè non arrivò la corrente elettrica si usava,come in paese.prima la  lumiera a petrolio in cucina,e la candela per spostarsi negli altri vani;poi in campagna,alcuni più intrapendenti,si arrangiarono con la luce a gas e le batterie da automobile per far  funzionare,ad esempio il televisore. 

La cantina (La cantèina)

La cantina era di preferenza interrata sotto la casa,per facilitare la conservazione del vino,prodotto priviligiato delle nostre zone.Il contadino lavorava nella propria cantina di solito una parte dell'uva vendemmiata di sua spettanza,perchè l'altra parte poteva essere venduta alle osterie o ad altri privati.Vi troneggiavano le botti di rovere,poggianti su una base in muratura o in legno(al calàster):c'erano i tini (i tinàz) in cui far bollire il mosto,alcuni bigonci(i bigònz)per mostare o trasportare il mosto,l'imbottavino(la salvavèina),grande imbuto con il filtro,usato per i primi tiraggi del vino ad evitare che delle bucce(al gòffel) potessero passare e rimanervi,daneggiando il prodotto.   C'erano poi una serie di damigiane,fiaschi impagliati e bottiglie di vetro scuro dal fondo rientrante,per raccogliere il deposito dei sedimenti. Dove la produzione era maggiore,si poteva trovare anche il torchio(al torc'),che serviva per torchiare le vinacce.
           Il pavimento della cantina era spesso in terra battuta e nel'ambiente,si respirava un'aria mista di aromi di legno,di vino e di umidità,nel complesso gradevole,aria calda d'inverno e fresca d'estate,ma c'era un aroma aggiuntivo e non di vino. Cos'era? Bastava sollevare il capo e compariva un bell'addobbo,realizzato con alcuni prosciutti,salami,salsicce e vesciche di strutto legati a una pertica,orrizontalmente penzolante dal soffitto;erano messi li a stagionare e conservare in posizione sicura per non essere aggrediti dai topi,erano i tesori alimentari ricavati dall'ultimo maiale ucciso(o anche più di uno),che dovevano coprire i fabbrisogni della famiglia per un anno,fino alla nuova macellazione.

Il pozzo (Al pàzz) 

Già gli antichi romani avevano scavato i pozzi per fornire d'acqua gli insediamenti agricoli che avevano organizzato,li avevano rivestiti con la camicia di sasso,come poi li hanno riportati alla luce gli archeologi.Ovviamente nel tempo furono risistemati nella camicia o scavati di nuovo per ritrovare le falde freatiche.
   Spesso,per la scarsa propietà di linguaggio,i pozzi artesiani (quelli che pescano l'acqua nella stessa falda freatica in pendenza,fra due strati impermeabili e che è che per la teoria dei vasi comunicanti sale senza doverla pompare) erano detti pozzi artigiani,non solo dai contadini,ma anche dai paesani. Il termine usato era una storpiatura del dialetto quando qualcuno,anzichè pronunciarlo artesiàn,trovò più facile dire artigiàn,e così fu divulgato!.D'altra parte come facevano a sapere che derivava dal francese artesien,cioè dalla regione dell'Artois?.
    Non so se anche gli antichi romani utilizzassero il rabdomante per localizzare l'acqua,ma a metà del novecento,c'era ancora qualche castellano che aveva(o diceva di avere) tale propietà,cioè quella di scoprire nel terreno la presenza di acqua in profondità.I rabdomanti si servivano di una bachetta di legno a forma di ipsilon(Y), tenuta dalle due mani alle estremità e orrizontale al terreno;seguendone le vibrazioni,arrivati al punto dove sentivano esserci l'acqua,indicavano dove si poteva scavare il pozzo.Pare che ci azzeccassero.
La struttura del pozzo che usciva dal suolo,normalmente era quadrata per reggere il tettuccio coperto con i coppi di laterizio;quasi sempre aveva uno sportello di protezione a copertura della sua imboccatura.Ricordo che quello del Picchio aveva una finestrella laterale che dava sull'abbeveratoio sottostante.Questa finestrella,anzichè il bancale,aveva un masso concavo,sporgente sull'esterno.In questo modo,tirando su il secchio d'acqua,dall'interno della casina del pozzo,la si versava nella conca del masso che poi la lasciava cadere dentro l'abbeveratoio,eliminando così un poco di fatica.Ai tempi cui faccio riferimento,cioè prima della guerra,l'acqua veniva attinta,facendo scendere con la corda il secchio a mezzo della carrucola (la zirèla),e tirandolo su con la forza delle braccia.Bisognava tirare su quella per far bere il bestiame,e quella per tutti gli altri bisogni della vita domestica di una famiglia numerosa.
     L'uso della pompa con il motore a scoppio serebbe avvenuto solo qualche decennio dopo,poi con l'energia elettrica,serebbe andato ancora meglio.La zona del pozzo era sempre abbastanza umida attorno per cui spesso,facendolo crescere appoggiato alla parete a sud,era coltivato il rosmarino che si sviluppa bene,senza bisogno di integrare le annaffiature e spargeva nelle adiacenze il suo gradevole aroma.
     Alcuni decenni fa,tutti i pozzi di campagna furono censiti della Regione Emilia Romagna e fu messo il divieto di distruggerli.

Il forno  (al fauren)

  La gente di campagna,per esigenze logistiche e per l'utilizzo a costo zero di quanto c'era di recupero dai lavori di potatura svolti nel podere,aveva autosufficienza di legna,per cui il pane era fatto direttamente in famiglia e cotto nel forno di casa.L'esperienza aveva poi consigliato l'orientamento migliore da dare alla piccola costruzione per facilitare il tiraggio e le misure ideali per il suo miglior riscaldamento,con il minor consumo di legna.Chi era addetto al forno,in base all'esperienza,aocchio sapeva valutare quando avesse raggiunto la temperatura giusta per infornare il pane,i dolci o gli altri cibi.
   Nel nostro territorio il forno era quasi sempre una costruzione esterna alla casa colonica,semmai attaccato a un altra struttura accessoria,eseguito in muratura;il tetto necessario piano d'appoggio.Nella parte bassa,c'era lo spazio per tenere la legna che serviva da combustibile.Ritti,appoggiati alla parete sotto lo sporto,c'erano le pale usate per infornare e sfornare;c'era il badile per sistemare le braci e per togliere l'eccesso di cenere.Per la cottura del pane il meglio era la legna prodotta dal biancospino che sprigionava il calore più adatto,dorando la pagnotte e facendone uscire tutto l'aroma,che si diffondeva poi nell'aia,e copriva per un pò la puzza della stalla e del letamaio.Il pane di solito era fatto una volta alla settimana e,stante il numero dei membri di cui si componevano la famiglia,ogni volta ne facevano senz'altro una bella infornata.

LA STALLA E L'ALLEVAMENTO DEL BESTIAME (La stàla e l'alevamànt dal bestiam)

La stalla (La stàla)

     L'esperienza aveva già rilevato il rapporto fra l'estensione del podere e il numero di bestie necessarie per lavorarlo,da confrontare poi con la quantità di foraggio producibile per garantirne l'alimentazione.Sulla base del numero di bestie stimato necessario,era progettata la dimensione della stalla.Mi suggerisce il mio maestro,che il rapporto era questo:per lavorare 20 ettari,occorevano 24 bovini.Se volessimo rapportare questi dati alla dimensione dei poderi,così come creati dagli antichi romani,cioè di circa 12 ettari,ne sarebbero occorsi un minimo di 14.
           La stalla generalmente era attaccata alla casa,per risparmiare sul costo di costruzione per dare più comodità al contadino quando doveva accudire le bestie(al bistì).Allora l'aspetto igienico era del tutto trascurato.Nel linguaggio corrente della gente di campagna quando si parlava dal bisti,si sottintendeva sempre il bestiame bovino.La stalla di norma aveva un portone per far entrare e uscire gli animali e uno in uscita verso il letamaio,per potervi gettare gli escrementi e la paglia della lettiera.Le bestie erano sistemate legate a un anello in due per posta,oggi diremo box,che era aperta verso il corridoio.Il pavimento delle poste era in mattone di cotto e davanti,cioè nel corridoio c'era una canaletta costruita sempre in cotto e in leggera pendenza che raccoglieva le urine(al suichèri),portandole al letamaio di cui una parte finiva nel pozzetto. Lungo la parete,di fronte agli animali,c'era la mangiatoia(la gròppia).Generalmente,le poste erano fra di loro separate o da un basso pietrinfoglio o da una parete di legno,mentre un divisorio più alto separava le mangiatoie fra due poste,per evitare che le bestie si sottraessero a vicenda il fieno e litigassero.Mucche e buoi vivevano così assieme,perchè poverini,i buoi non erano più sessualmente pericolosi.Finchè la mucca allattava il vitellino,il piccolo le viveva ovviamente accanto.I bovini usano riposare stando sdraiati,per cui il pavimento delle poste era ricoperto da uno strato di paglia,che andava spesso cambiato,per eliminare lo sterco e il bagnato delle urine.
I contadini usavano un verbo particolare per indicare le funzioni di accudire le bestie.Esprimendosi in dialetto,la frase completa era-A vàg a gvarnèr al bisti - cioè-Vado a governare le bestie.-La traduzione letterale del verbo "accudire" in dialetto,non corrisponde in pieno a ciò che invece esprime il verbo governare,cioè provvedere a tutti i loro bisogni(accudire si traduce con:tgnir drì,custudìr,asèsster).Il contadino doveva alle bestie l'attenzione necessaria per il bene di entrambi,quindi interpreto la frase come un'assunzione di responsabilità verso i bovini per corrispondere tutte le loro esigenze,non solo di nutrimento e di abbeveraggio,ma in senso più completo di dare loro cura,ossevandorle per interpretare bisogni e salute,asportando gli escrementi dalle poste,cambiando la paglia della lettiera,strigliando loro il mantello,per togliere i residui di escrementi,e allontanare per un po'il fastidio delle mosche.Finchè non arrivò l'elettricità,per illuminare la stalla quando faceva buio si usava la lanterna costituita da una gabbietta di latta con le pareti a vetri,a protezione della fiammella,per evitare pericoli d'incendio. In virtù del calore che rilasciavano i bovini,la stalla era il locale più caldo in assoluto,per cui era utilizzata come soggiorno nei mesi invernali,per svolgere lavori manuali e a anche come stanza da bagno,usando il mastello del bucato,o la catinella. 

Il letamaio (l'aldamèra)

   Il letamaio era una fossa in muratura in cui si raccoglievano le urine,gli escrementi e la paglia della lettiera.
Già nella stalla si sviluppava cattivo  odore,nel letamaio tale fetore si moltiplicava,perchè le urine a contatto con l'aria sprigionavano ammoniaca dall'odore pungente che,oltre a togliere il respiro,creava a chi si avvicinava,una forte lacrimazione.Negli escrementi si riproducevano le mosche che in esrciti compatti cingevano d'assedio tutto l'ambiente:stalla,abitazione e zone limitrofe,volando ossessivamente su persone e animali,posandosi su tutto,dalle cacche al cibo se lo trovavano scoperto. Le bestie provavano a schiacciarle muovendo la lunga coda e battendosela sul corpo,ma le mosche resistevano e si spostavano da una parte all'altra,senza mai abbandonarle.Erano sempre tante ed erano veramente perfide!Per non parlare dei tafani che,come dei piccoli vampiri,succhiavano loro il sangue,rischiando pure di infettare la piccola ferita.
         Il letamaio così maleodorante conteneva però una grande risorsa per le colture,perchè producevano il miglior concime per il terreno,a costo zero.Prima di essere sparso,il letame doveva maturare alcuni mesi,almeno due o tre,affinchè l'ammoniaca ne rilasciasse l'azoto.Doveva quindi essere separato il più vecchio,da quello più recente,spostando il primo su un lato del letamaio.Provo a pensare a chi lo faceva,quando con il forcale si accingeva a sollevarlo per spostarlo,o a caricarlo per lo spandimento e mi chiedo come facesse a sopportare quel gas asfissiante e come poteva non rimanergli addosso quel fetore!
   Accanto alla buca del letamaio il contadino accumulava anche un mucchietto di letame che,dopo essere stato esposto al'aria per circa da due anni asciugandosi si sbriciolava,diventando il buon terriccio che conosciamo,utilizzabile per le piante dell'orto. 

La cascina (la cascèina) 

Qui da noi,intendo quanto meno nel nostro comune,il termine cascina non ha lo stesso significato che ha in altre zone,e in lingua italiana.Nelle costruzioni più vecchie,la cascina era un locale posizionato sopra la stalla,a cui si accedeva dall'esterno attraverso una scala a pioli appoggiata al muro,sul quale si apriva una grande porta.Dall'esterno,stando in piedi sul carro,con il forcale veniva sollevato e collocato il fieno,che serviva per l'alimentazione dei bovini.Sul pavimento della cascina c'era una botola,attraverso la quale il fieno era calato dentro a un box della stalla,in dialetto denominato mandariòl.
Il dizionario d'italiano e anche quello del dialetto bolognese ignorano la destinazione di questo locale sopra la stalla,perchè con il termine cascina identificano solo la casa del contadino;di conseguenza,nelle altre zone il fieno non stava nella cascina,ma solo nel fienile.

Il fienile  (la casèla)

Confesso che il nome dialettale,indicato come tiz nel vocabolario del dialetto bolognese non lo conoscevo,mentre mi era nota solo la casèla.Comunque,il fienile quale costruzione intervenuta in epoche più recenti,rispetto alla costruzione della casa del contadino in cui c'era la cascina,era adibito al ricovero del fieno(al faggn),al piano superiore,e delle balle di paglia(i balèn) al piano terra.Da questo deposito,il fieno e la paglia erano man mano spostati nella stalla,per sopperire alle rispettive esigenze.Di solito il fienile aveva i muri esterni su tre pareti solo,a volte intercalati con parti di grigliato,per far respirare il fieno,l'altra parete era aperta in tutto o in parte.A scanso di equivoci nell'uso dei termini,mi sembra utile precisare che,quando il foraggio è già essicato,è detto fieno.Quando nel singolo podere si costruì il fienile,la vecchia cascina venne adibita ad altro uso.

L'allevamento del bestiame (l'alevamànt dal bestiàm)

     Il bestiame era allevato perchè aiutasse l'uomo nel lavoro pesante dei campi,per fornire il latte e farne carne da macello.Ho già accennato nel commentare la voce governare,quanta attenzione il contadino gli dedicasse.Era il patrimonio più importante dell'azienda agricola perchè,se  era coltivatore diretto,era tutto di sua proprietà,se era mezzadro ne possedeva pur sempre la metà e anche questa valeva già molto in termini economici.A volte nei poderi di collina,più piccoli e meno redditizi,il mezzadro quando si insediava,poteva non disporre di risparmi sufficienti per l'acquisto della sua parte,in quel caso il padrone a volte sosteneva l'onere finanziario in percentuale più elevata,oppure lo teneva tutto a suo carico,modificando poi i rapporti economici conseguenti.  
     In base al sesso e all'età,ai bovini era dato un appellativo,più adatto a identificarli per le finalità commerciali,di lavoro e riproduttive.Le finalità che orientavano le scelte del contadino,se non ho capito male,tenevano dei presupposti di seguito sviluppati.

I bovini maschi
  E' cognizione nota che,eliminando le funzioni riproduttive ai maschi degli animali,si allevi un soggetto più calmo,quindi più adatto al lavoro,obbiedente all'uomo e con adeguata alimentazione,da ingrasso,una migliore qualità di carne.
   E' classificato vitello (al vidèl),l'animale inferiore all'anno,finchè ha ancora i denti di latte.Sui 3-4 mesi d'età è castrato,per farne un animale da lavoro prima e da macello poi.Superato questo periodo di età è classificato vitellone(vidlàn).Crescendo ancora diventa bue(al bà),che è l'animale atto al lavoro(manzo è sinonimo di bue).
   Il vitello non castrato,si sviluppava normalmente e diventava il toro (al tòr).Il toro non era allevato nella stalla de contadino,ma per la sua funzione riproduttiva era tenuto da imprenditori o veterinari,in una stalla in luogo diverso,dove si gestiva la monta.

I bovini femmine

E' classificata giovenca(manzola) la femmina bovina che ha superato il primo anno di età(15-18)mesi.La vacca (la vàca) è la femmina matura,che dalle nostri parti come in Toscana era utilizzata anche per i lavori agricoli,assieme o in sostituzione del bue.Il termine mucca,più usato in italiano che nel nostro dialetto,indica quella tenuta solo da latte.

Il lavoro eseguito con le bestie (Al lavurìr fàt cun al bisti)

Le bestie bovine erano impiegate per eseguire le lavorazioni faticose che prevedevano l'uso di un attrezzo da trainare,il più antico dei quali era l'aratro;erano anche usate per essere attaccate al carro,allo scopo di portare sull'aia i vari raccolti come i covoni del grano,il fieno,le patate,e l'uva vendemmiata oper andare al milino a Castello con i sacchi dei cereali da macinare. 

Ora la terra non è più arata con l'ausilio del bestiame ma con i trattori, i trasporti  sono fatti sempre con le macchine per cui è venuta a cadere l'esigenza di tenere il bestiame da lavoro.Il mercato di oggi ha bisogno della carne e del latte,per cui il piccolo allevamento domestico è risultato economicamente negativo.I contadini hanno quindi optato per condurre da soli,o associati,delle grandi stalle,dove tutto è razionalizzato e automatizzato,compreso la mungitura. La fecondazione delle mucche è artificiale,la castrazione dei vitelli maschi è chimica e,siccome rimane loro lo stimolo sessuale,vengono calmati con una puntura,i cui residui rimangono nell'organismo. 

Nei poderi siti nella parte più alta delle nostre colline,i contadini come animale da lavoro,tenevano anche l'asino(al sumàr),molto adatto per muoversi in luoghi scoscesi e usato specialmente per salire dal bosco,con il carico dela legna o con i sacchi dei marroni.Inoltre veniva usato per fargli trainare il carretto,quale mezzo di trasporto necessario per andare a Castello al mercato con i prodotti da vendere,o per altri bisogni della famiglia.In pianura invece,qualche contadino se poteva permetterselo,teneva il cavallo(al cavàl) che usava per attaccarlo al calesse,con il quale spostarsi più facilmente e rapidamente per sbrigare le varie incombenze e andare ai diversi mercati.Il cavallo era trattato come un ospite di riguardo,tenuto separato dal bestiame bovino,strigliato meglio e anche accarrezzato,perchè molto sensibile e comunicativo.Aveva tutto il suo corredo di finimenti per essere attaccato al calesse e per essere guidato,inoltre andava ferrato negli zoccoli per evitarne il logoramento,cosa di cui invece non necessitavano i bovini.A questi ultimi le unghie (lo zoccolo) era solo necessario accorciargliele almeno una volta l'anno. (Il calesse, era la macchina di allora). 

Il pollaio e gli animali da cortile (Al pulèr e i animèl da curtil)

Il pollame non ama stare rinchiuso,preferisce la vita all'aria aperta,razzolando più volentieri nell'aia e nelle zone limitrofe,beccando qua e là un chicco,un filo d'erba o un insetto.Avolte il pollaio era sistemato sotto l'eventuale androne di accesso alla stalla ed era in particolare riservato alle chiocce,cioè le galline dal forte istinto materno,che si dedicavano alla cova delle uova e a seguire i primi passi dei pulcini.Nel pollaio vi andavano pure le altre galline a deporre l'uovo quotidiano.La contadina aveva già avuto cura di disporre su un piano rialzato da terra,le ceste o le cassette con la relativa paglia,dove potevano svolgere questa funzione. Di solito la contadina teneva una o più galline per covare,la chioccia(la ciòza)era sempre molto tranquilla,quando era intenta alla cova se ne stava con le ali un poco allargate per tenere al caldo le molte uova che aveva sotto il suo corpo,poteva covarne anche dieci per volte. Quando le uova si schiudevano,la chioccia accudiva i pulcini(i pisèn) quei piccoli batuffoli gialli che facevano tanta tenerezza al solo  guardarli; poi i pulcini crescevano e quando si cominciavano a distinguere i gallettini dalle pollastrelle;arrivati alla fine di ottobre,si selezionavano per la castrazione quei maschi che si intendeva allevare come capponi.La vita nel pollaio era abbastanza intensa,il gallo si sfibrava a forza di far il suo dovere coniugale e a cantare,le galline avevano la fatica di fare l'uovo,la chioccia quella di covare,e tutti avevano bisogno di mangiare per crescere e ingrassare.Al cibo ci pensava la contadina spargendo la giusta dose di granaglia,meglio se granoturco,così i tuorli delle loro uova serebbero venuti di un bel color arancio,nonchè un poco di pastone fatto impastando,come suggerisce la parola,della farina gialla o della crusca con acqua.Il pastone piaceva al pollame,ma non bisognava dargliene troppo perchè,facendogli il blocco nello stomaco,era più faticoso da digerire e poteva nel tempo procurare loro il mal di fegato.L'erba se la procuravano da soli,passeggiando lungo i bordi delle scoline e ai margini dell'aia,oppure ogni tanto arrivavano loro dalla contadina,delle foglie o gambi di radicchio verde.
Nel pollaio,o meglio nell'aia,c'erano anche altri ospiti Le faraone (al faravauni), che vivevano sempre all'aperto e avevano la particolare livrea di piume screziate bianche e nere.Erano quelle di cui bisognava sempre recuperare le uova nelle scoline o in mezzo all'erba,perchè non entravano mai nel pollaio.Se la contadina ne trovava alcune assieme,le scrutava con più attenzione,per verificare che per caso la faraona non avesse già iniziato a covarle,per cui non sarebbero più state usabili per l'alimentazione.In dialetto era anche detta ingina,come volesse dire gallina d'India,mentre invece la sua origine è africana,dell'Abissinia.
Le Oche (ali òc) erano molto rumorose quando starnazzavano,procedendo una dietro l'altra,in giro nei dintorni.Faceva un bell'effetto vederle così grandi e bianche in mezzo agli altri coloratissimi ospiti.Erano però buffe nel camminare e la loro espressione le faceva sembrare sempre un poco imbambolate(delle ocarotte,diciamo noi) quando invece erano agressive verso chi tentava di avvicinarle.Facevano le grosse uova,anche loro all'aperto.Si racconta che i contadini le allevassero non solo per la carne,ma peche avessero loro un sonno leggerissimo e una voce forte,erano in grado di dare l'allarme in caso qualcuno s'intrufolasse nell'aia per fare razzia di pollame.
Se per caso c'era nei dintorni una pozza d'acqua,i contadini allevavano le anatre (ali amàder),la quali avrebbero così avuto modo di soddisfare quell'innato bisogno di immergersi per fare un bagnetto.Anche queste erano abbastanza rumorose con il loro qua-qua e,come le galline facevano le uova nel pollaio.
Nelle aie era anche presente il più grosso uccello domestico,il tacchino (al tachèn o al tuchèn o al tòc),originario del'america settentrionale(Messico).Oltre a essere grande e grosso,quindi fornitore di molta carne,questa è anche buona.E' assai caratteristico perchè è alto,con zampe lunghe munite da due forti speroni nel maschio,la testa e il collo sono nudi,pieni di verruche rosse,di cui la maggiore vicino al becco è pendula.Questa verruca diventa eretta quando il maschio viene la fregola e,per imporsi all'attenzione della femmina,in aggiunta pesta una zampa a terra,drizza e apre le penne della coda;fa la ruota,e si esibisce con molto sussiego,si  pavoneggia,come volesse dire:Guardate cosa so fare!.La femmina fa le uova assai più grosse di quelle di gallina,è anche lei diligente,rispetta il regolamento,e va a farle nel pollaio.La voce di questo animale è molto caratteristica e si esprime con un suono arrotondato,un poco gutturale,emesso velocemente,con tono alto:gluglugluglu.
Un altro animale,che veniva allevato in gabbia nei pressi  dell'aia era il coniglio(al cunèn).Dava carne buona e delicata,ed era redditizio da allevare,perchè molto prolifeco.Si nutriva d'erba e granella e appena la coniglia aveva allevato i piccoli,era pronta per essere di nuovo accopiata,quindi poteva figliare diverse volte in un anno,partorendo ogni volta da 6 a 10 coniglietti.Finalmente un animaletto silenzioso,timido e facile da allevare.

Il porcile e l'allevamento dei maiali   

   Il porcile era la struttura dove erano tenuti i maiali,sistemato ai margini dell'aia,dopo aver considerato che il normale spirare del vento ne portasse il fetore dalla parte opposta alla casa colonica.
Era basso,di un altezza sufficiente a farci entrare una persona per pulire e accudire gli animali.La sua caratteristica principale visibile dall'esterno era il trogolo(al bluclèr),una vaschetta di cemento inserita nel muro esterno con un'apertura superioriore della stessa larghezza,tipo finestrella bassa,che serviva per vuotare nel trogolo dall'esterno,il cibo per i maiali e per garantire il ricambio dell'aria;spesso a metà della sua altezza c'era un ferro orrizzontale,onde evitare che gli animali più piccoli potessero uscirne.Nel trogolo i maiali immergevano il caratteristico muso e grufolando,avidamente mangiavano tutto quello che veniva loro offerto.

L'allevamento dei maiali (L'alevamànt di ninèn)

  La prima base dell'alimentazione del maiale era la broda,composta di cose molto eterogenee.La parte liquida era data dall'acqua di cottura della pasta(allora quasi sempre fatta di sfoglia),quindi salata,nella quale si erano già lavati i piatti,cosi recuperava anche gli eventuali grassi e sapori in essa disciolti.A quei tempi non si usavano detersivi per cui i piatti venivano lavati solo con l'acqua calda di cottura della pasta,poi sciaquati con quella fredda.Alla broda si aggiungeva tutto ciò che si era scartato a tavola e nel preparare il pranzo:gli scarti della pulitura di alcune verdure,la crosta della polenta che rimaneva sul fondo del paiolo,le bucce di formaggio, ecc.Altri alimenti intregrativi atti a favorire l'ingrasso era il pastone,fatto con la crusca,il cruschello e la farina di granuturco,poi orzo,fave e ghiande.
I maiali erano fatti uscire dal porcile,affinchè si sgranchissero le zampe,così se ne andavano liberi a prendere una boccata d'aria nei campi vicini e,se nelle vicinanze c'era una quercia,potevano approfittarne quando cadevano le ghiande.Se lasciati liberi,erano ovviamente sorvegliati affinchè non uscissero dai terreni del podere.Quando era ora di farli rientrare,li avevano abituati a un richiamo particolare.Ne ricordo uno,battevano un bastoncino su un vecchio tegame o secchio rovesciato e con la voce li chiamavano -Tu-riri,tu riri.....E loro ubbidienti,trotterellando verso il porcile.
I maiali avevano diverse denominazioni: il maschio castrato - era detto maiale (ninèn),la femmina era detta scrofa (ninèina),quello di latte(latàn).

L'allevamento di due insetti prodigiosi (l'allevamànt ed du bistièn prodigious)

I BACHI DELLA SETA (i bigàt da sàida)
 E' anche chiamato flugello(fulsèl),derivato dal dialetto milanese, a sua volta derivato dal latino.Se avete un pò di pazienza vi racconto la sua storia,così si capirà meglio perchè e come anche a Castel San Pietro Terme,presso alcune famiglie contadine e di paese,una volta si allevasero i bachi di seta.

I bachi da seta (o meglio le sue uova) arrivarono dalla Cina nel 550 d.C.,portati a Bisanzio (poi chiamata Costantinopoli,ora Istanbul) da due monaci di San Basilio.Arrivarono in Sicilia nel IX secolo attraverso gli arabi e in Italia settentrionale,dove prosperarono,solo nel X e XI secolo.La lavorazione della seta si concentrò presso una città toscana(non sono certa ma credo fosse Pisa,in quanto fu la flotta della Repubblica marinara pisana che nel 1083 sconfisse i saraceni e occupò Palermo),ma circa due secoli dopo,all'epoca delle lotte comunali fra guelfi e ghibellini,gli artigiani setaioli abbandonarono la città portando con loro i segreti della lavorazione.Emigrarono in tre centri in particolare:Bologna e Como in Italia,mentre un gruppo si installò a Lione,in Francia.Ecco a Bologna divenne un  centro importante di produzione e lavorazione della seta e l'allevamento dei bachi fu propio sviluppato nei suoi territori,quindi anche nelle nostre zone.Era impegnativo e redditizio.
         Il mercato dei bozzoli,cioè dove li portavano a vendere gli allevatori,si teneva a Bologna in quella che oggi è chiamato piazza Galvani,sotto un grande tendone o padiglione di tela,allestito per tenere riparati del sole e dalle pioggia le preziose ceste contenenti i bozzoli.L'importanza di questo mercato fu tale che,da quel padiglione,prese poi il nome di Pavaglione,il rinomato e artistico portico bolognese,che qualche secolo dopo gli sorse di fronte.
  La lavorazione per recuperare il filo e la sucessiva filatura,per l'importanza economica che aveva,rimase una tecnica segreta,protetta dalle autorità comunali,e svolta dentro i mulini della seta, speciali costruzioni senza finestre sulla strada,per evitare la possibilità di spiare il lavoro che si svolgeva al loro interno.L'energia per far funzionare le macchine dei mulini,che attorcigliavano le bave e le filavano,era data dall'acqua fornita da una rete di canali,appositamente costruiti.Per secoli tutto andò bene finchè,all'inizio dell'ottocento arrivarono le truppe francesi e Napoleone,nuovo padrone,per proteggere le industrie francesi di Lione,fece chiudere quelle italiane.Quindi andò in crisi anche l'allevamento.Dopo la caduta di Napoleone ci fu un tentavivo di ripresa,ma la concorrenza francese nel frattempo aveva conquistato molto mercati togliendo competitività alla sete italiane,in modo da ridurne di molto la produzione.Qui da noi,quel poco di allevamento dei bachi che era rimasto,praticamente cessò prima della seconda guerra mondiale.Il resto,per far andare a monte questa industria,lo fecero gli americani con l'introduzione del nylon.Ora che ci siamo informati sulla storia,vediamo cosa invece succede al nostro baco.Le uova le depone una farfalla nei mesi di giugno-luglio,ma si schiudono solo nel mese di aprile dell'anno sucessivo,una decina di mesi dopo (ecco perchè i monaci riuscirono a portarle dalla Cina fino a Bisanzio!).Nascono così delle piccole larva(al lèrv) pelose e lunghe circa tre millimetri.Queste,appena uscite dalle uova,cominciamo voracemente a mangiare le foglie del gelso inizialmente triturate e, nel giro di un mese,si sviluppano enormemente,a forma di baco(al bigat)tanto da raggiungere la lunghezza di circa nove centimetri.Tanto masticano,il rumore della tritatura delle foglie è udibile. Terminata la crescita,i bachi smettono di mangiare,si arrampicano su steli e rametti e cominciano a emettere una bava filamentosa con la quale si avvolgono,richiudendosi in essa,e formando il bozzolo o bombice (al fulsèl);per far questo impiegano 3-4 giorni.Restano nel bozzolo per 15-20 giorni,il tempo necessario,perchè il baco subisca la metamorfosi e si trasformi in un insetto perfetto,cioè in farfalla(la parpàja).La farfalla allora si accoppia,depone le uova e,completato il suo ciclo vitale,muore. 

 

 Continua.....................................